Rapporti tra Israele e Sudafrica

Interessi economici e una simile visione del mondo hanno portato Gerusalemme e Pretoria ad avere rapporti più intensi (anche se non sempre idilliaci) di quanto la geografia avrebbe lasciato immaginare. Il fattore apartheid.

 La storia dei rapporti fra Israele e il Sudafrica rappresenta uno dei capitoli più complessi delle relazioni internazionali.

 A favorire gli intensi legami tra Gerusalemme e Pretoria ha contribuito la presenza, in Sudafrica, di una fiorente comunità ebraica capace di raggiungere, negli anni Settanta, il suo apice con 120 mila persone – in massima parte originari della Lituania e della Lettonia da cui emigrarono nel XIX Secolo per sfuggire ai “pogrom”. Questa comunità, per il livello di donazioni finanziarie verso Israele, è stata seconda solo a quella statunitense.

 Negli anni precedenti al secondo conflitto mondiale, la comunità appoggiava gli anglofoni moderati dello United party anche perchè il suo leader, Jan Smuts, figurava fra gli ideatori della Dichiarazione Balfour.

 Al contrario, guardava con inquietudine alle politiche del National party, formazione di espressione degli afrikaaner: sia per i suoi atteggiamenti antisemiti, sia per i provvedimenti varati negli anni Trenta che prima limitarono le possibilità d’ingresso per gli ebrei provenienti dall’Europa orientale e poi contingentarono gli accessi per quanti erano in fuga dalla Germania.

 Allo scoppio delle ostilità una parte consistente della popolazione afrikaaner, che si percepiva discriminata rispetto ai cittadini di origine britannica e nella quale era ancora forte il ricordo della guerra anglo-boera d’inizio secolo, era ostile agli Alleati e appoggiava gruppi filo-nazisti come l’Ossewabrandwag, movimento sorto nel 1939 con lo scopo d’impedire l’entrata in guerra del Sudafrica contro le potenze dell’Asse.

 Quando nel 1948 fu proclamato lo Stato d’Israele, il Sudafrica, guidato allora dal National party (salito al potere proprio in quell’anno), procedette comunque al suo riconoscimento, anche se inizialmente i rapporti bilaterali non furono troppo calorosi.

 Mentre il governo israeliano allacciò formali relazioni diplomatiche aprendo un’ambasciata a Pretoria, il Sudafrica si astenne dal fare lo stesso dichiarando come tali funzioni potevano essere svolte da quella del Regno Unito, essendo entrambi i paesi allora membri del Commonwealth. Ma la decisione fu anche presa per non compromettere i legami con il mondo arabo.

 La scelta sudafricana di mantenere a un basso livello i rapporti bilateralicoincideva del resto con alcune considerazioni politiche da parte israeliana. Desideroso di conquistare l’appoggio delle nazioni africane per controbilanciare l’ostilità dei paesi arabi, il governo di Gerusalemme criticò in più occasioni il sistema dell’apartheid votando all’interno delle Nazioni Unite numerose risoluzioni di condanna contro il regime sudafricano.

 Inoltre, sul piano internazionale, questo permise a Israele di guadagnarsi l’appoggio degli Stati africani moderati, il cui voto contrario avrebbe consentito in più occasioni di respingere risoluzioni ostili in seno all’Assemblea Generale dell’Onu.

 Eppure, mentre l’atteggiamento del governo israeliano verso le politiche di Pretoria era critico, quello della stessa popolazione ebraica residente in Sudafrica nei confronti dell’apartheid era invece assai più sfumato: la gran parte di essa non assunse infatti posizioni apertamente ostili alle discriminazioni razziali poiché la maggioranza nera era percepita come potenzialmente favorevole al comunismo.

 Anche se non vi era grande simpatia per il National party – stanti le posizioni antisemite presenti al suo interno – la comunità si sentiva comunque rassicurata dal fatto che le misure discriminatorie varate dal governo non andavano contro la popolazione ebraica. Tralasciando quindi alcune voci critiche, rabbini o esponenti politici attivi nella lotta contro l’apartheid, non è errato affermare che la comunità ebraica sudafricana fosse perfettamente integrata all’interno della minoranza bianca allora dominante il paese.

 In seguito al conflitto arabo-israeliano del 1967 lo scenario internazionale cambiò profondamente, costringendo il governo israeliano a rivedere la sua politica africana. La guerra dei Sei giorni portò a un sensibile peggioramento dei rapporti con i paesi del continente e solo il Sudafrica (al pari di quanto fece nel 1956) lasciò i propri porti aperti alle navi israeliane.

Continua….

Fonte: http://temi.repubblica.it/limes/lontani-ma-a-volte-vicini-storia-dei-rapporti-tra-israele-e-sudafrica/56691

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