L’Italia non può fallire sulla transizione in Libia

Dai nostri rapporti con Tripoli dipendono corpose forniture energetiche, credibilità con gli alleati e sicurezza nazionale. In che modo (e perché) Roma e Bruxelles devono contribuire alla stabilizzazione del paese africano.

Nella quasi totale indifferenza occidentale, la transizione libica arriva a Roma giovedì con la riunione del gruppo “Amici della Libia” che si terrà alla Farnesina.

Potrebbe rivelarsi l’occasione per scattare qualche foto di gruppo, oppure uno spartiacque nel modo in cui l’Europa (e l’Italia in particolare) si occupano della stabilizzazione del Nord Africa. Per questo, anche se al momento in cima all’agenda c’è ovviamente l’Ucraina, il nuovo ministro Mogherini sarà chiamata a dare buona prova di sè.

La Libia è estremamente importante per l’Italia. In primo luogo, perchè è da qui che proviene circa un quarto del petrolio che consumiamo. Quando abbiamo applicato le sanzioni contro l’Iran, il petrolio libico è stato fondamentale nell’assicurare la continuità dei nostri livelli di consumo.

Secondo, ma non meno importante, sulla Libia si gioca una parte significativa della nostra credibilità internazionale. Quando si parla di questo paese è in primo luogo a noi che guardano non solo in Europa ma anche a Washington.

Terzo, la Libia è da sempre un elemento fondamentale della nostra sicurezza vista la prossimità alle nostre coste e la posizione centrale nel Mediterraneo. Possiamo permetterci un failed State a 355 km da Lampedusa?

La transizione libica, però, è in profonda crisi. Due anni e mezzo dopo il rovesciamento di Gheddafi, non c’è ancora una costituzione mentre le elezioni per l’assemblea costituente sono state un fallimento: poco meno del 15% degli aventi diritto ha votato il 20 febbraio e le minoranze tebu e amazigh hanno boicottato la consultazione che si è svolta in un clima di insicurezza.

La legittimità delle due maggiori istituzioni del paese è messa continuamente in discussione: il primo ministro Zeidan è oggetto di tentativi di rovesciamento sia attraverso mozioni di sfiducia sia con la violenza fisica, mentre la sua presa sull’apparato amministrativo e di sicurezza è quanto meno discutibile; il parlamento doveva terminare il suo mandato il 7 febbraio ma non sembra propenso all’autoscioglimento.

Elezioni sono state promesse “al più presto” ma non è chiaro nè se si svolgeranno effettivamente, nè se si potranno tenere nell’attuale situazione di instabilità. I due organismi sono in conflitto permanente dalla scorsa estate, anche a causa di una poco chiara distribuzione dei poteri nella carta costituzionale. A coronamento di questo scontro di potere, sembra che il primo ministro non sarà a capo della delegazione libica (eppure la conferenza di Roma è a livello ministeriale), che sarà guidata dal presidente del parlamento.

La (non) transizione istituzionale si somma ad altre due crisi: quella economica e quella della sicurezza, entrambi sintomi di problemi politici piuttosto che emergenze a sè stanti. Il blocco dei pozzi ha ridotto al minimo la produzione petrolifera. Alla luce della dipendenza dell’economia e del bilancio pubblico dai proventi petroliferi, non ci si deve stupire se si parla di crollo del pil. Come se non bastasse, cresce l’insoddisfazione verso le istituzioni democratiche di molti libici e parallelamente aumenta il consenso per soluzioni autoritarie.

Eppure, in Libia, l’Italia, l’Europa e gli Stati Uniti dispongono di un ampio ventaglio di strumenti. È importante rilevare che a Tripoli non servono soldi – quello che invece manca all’Europa e di cui altri paesi della regione hanno ben più bisogno. La Libia ha la necessità di potersi stabilizzare e di riprendere la produzione delle risorse energetiche. Il blocco dei pozzi ha danneggiato l’economia ma non l’infrastruttura in sè. Risolti i problemi politici, la produzione petrolifera potrebbe tornare a sostenere tanto l’economia che il bilancio del paese.

In secondo luogo, i beni libici congelati in Occidente sono una potente leva di pressione sulla leadership libica affinché si raggiunga il compromesso. Terzo, l’Italia è al centro di un ambizioso programma di addestramento di circa 15 mila soldati e ufficiali per il nuovo esercito libico. La sua prosecuzione è un elemento su cui far leva per incoraggiare il compromesso tra chi, oggi, lotta per il potere a Tripoli e Benghazi. Quarto, l’Italia, in collaborazione con l’Europa e gli Stati Uniti, è la meglio piazzata fra le potenze regionali per rifornie l’economia libica di quel di cui ha più bisogno: diversificazione, investimenti e know-how nel settore non-petrolifero, elementi essenziali per creare opportunità d’impiego alternative e concrete agli occhi dei membri delle milizie.

Nel mobilitare le energie dei partner europei e degli Usa, l’Italia può far leva su queste potenzialità d’impatto e su altre 3 considerazioni. Primo, negli ultimi due anni la Libia ha supplito al calo delle importazioni energetiche iraniane conseguente all’imposizione delle sanzioni internazionali. Pertanto, i paesi che intendono disporre di libertà di manovra nei negoziati con Teheran debbono mantenere aperto anche il canale libico.

Secondo, è dalla Libia che passano le rotte dei traffici illegali di armi, uomini e prodotti più o meno leciti che congiungono il Sahel e il Sinai. Questo elemento non è sfuggito all’oramai ex capo di Stato maggiore francese che ha chiesto, subito smentito dal suo governo, un intervento militare internazionale nel sud del paese. Terzo, la Libia ha tradizionalmente attratto molta immigrazione da Egitto e Tunisia. Se l’economia ripartisse a Tripoli, avrebbe effetti positivi anche nei due paesi confinanti.

Il contributo italiano ed europeo alla transizione libica potrebbe così vertere su 5 punti. Primo, puntare sulle realtà locali (elette e non elette) oltrechè sul governo centrale. Secondo, costruire incentivi per rendere il processo costituente più inclusivo (il che in Libia significa ruolo maggiore per le donne, le minoranze e leader locali dotati di una qualche legittimità). Terzo, pensare a una gamma di strumenti che garantiscano la sicurezza nei lunghi anni (calcolati tra i 5 e i 15) che dovranno passare prima che l’esercito libico sia in grado di mantenerla autonomamente. In questo senso, gli europei potrebbero sostenere il governo libico nel raggiungimento di accordi di pace locali impiegando strumenti politici, extragiudiziali e incentivi economici.

Quarto, un piano per la diversificazione dell’economia in cui l’Italia potrebbe sfruttare la sua presenza tradizionale nel settore dell’istruzione e della cultura in Libia. Ultimo, ma non meno importante, è la costituzione di uno strumento di coordinamento, controllo e fornitura di expertise comune a tutta la comunità internazionale, magari partendo da Europa e Turchia.

Per approfondire: La guerra di Libia

Fonte: http://temi.repubblica.it/limes/litalia-non-puo-fallire-sulla-transizione-in-libia/58860

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