Egitto: l’ordine e il caos

Ammettiamolo: come molti altri ci siamo lasciati prendere dall’entusiasmo… ma ne avevamo qualche serio motivo: dopo decenni e decenni di regimi dittatoriali, l’onda festosa delle ‘primavere arabe’ ci è sembrata una ventata d’aria fresca in luoghi dove ormai si faceva fatica a respirare.

Ora, soprattutto di fronte al dramma dell’Egitto, agli orrori senza fine della Siria, alle convulsioni dei non meno tormentati ma assai poco mediatizzati Libia e Yemen (ma l’elenco potrebbe continuare) quello che domina è il dolore per tante vite umane spezzate e lo sconcerto con cui pensiamo al prossimo futuro di questi popoli.
Abbattere un tiranno è certo un gesto liberatorio, ma la parte più difficile comincia proprio subito dopo la sua caduta.

E’ a questo punto che molti nodi vengono al pettine. Non che prima ne mancassero, ma un ordine imposto dal terrore e dalla corruzione manteneva almeno una parvenza di normalità.
Troppe e troppo a lungo represse, forze e voci dilagano in un ambiente incapace di interpretarle, dar loro una direzione, incanalarle verso un esito.

Dovrebbe essere il momento della riflessione ponderata, dell’evoluzione graduale, della lenta e difficile opera di ricostruzione e invece dominano la faziosità, i timori, la controproducente perentorietà dei proclami, la spettacolarizzazione della tragedia.

Mancano leader all’altezza della situazione, la classe media è debole e disorientata, l’economia in caduta libera, nuovi attori politici non hanno avuto il tempo per maturare mentre quelli noti cercano solo di approfittarne per garantire i propri interessi.
La comunità internazionale latita, i paesi ‘fratelli’ si schierano secondo alleanze di comodo, sul fronte interno prevale (se va bene) la logica del ‘si salvi chi può’, spesso addirittura quella del ‘tanto peggio, tanto meglio’.

Un caos che però non ci fa rimpiangere il passato. Si è voltato pagina e non si torna indietro.
Comprendiamo allora che la libertà ha un costo altissimo, che i riti della democrazia rappresentativa (come le elezioni) non sono cilindri magici da cui escono automaticamente conigli e colombe se mancano a livello sociale e culturale alcuni requisiti minimi e indispensabili, che se rifiutiamo l’ordine che ci impongono dall’esterno, dovemmo sapercene dare uno più giusto ma non meno efficace.

Dopo l’ebbrezza della liberazione, il duro lavoro della responsabilità.

Fonte BURNING BABYLON – 26 agosto 2013

Link: http://www.yallaitalia.it/

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