Mali

J’ACCUSE DEI CITTADINI TUAREG ALL’MNLA, SCONTRI AL NORD

“Noi tuareg maliani, anziani e giovani, nomadi e sedentari, rifugiati e sfollati ci esprimiamo in modo legale, pacifico e democratico per distinguerci chiaramente, pubblicamente e ufficialmente dal Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla) che agisce e avanza ingiustamente rivendicazioni senza alcun mandato a nome di tutti i tuareg del Mali”: comincia così la lettera aperta dei membri dell’etnia tuareg – circa il 10% della popolazione maliana – inviata alle autorità di Bamako, alle organizzazioni regionali, continentali ed internazionali. Nella missiva, pubblicata sul quotidiano locale ‘Journal du Mali’, la comunità respinge con forza i “metodi violenti, anti-democratici e illegali” ai quali l’Mnla ha fatto ricorso “senza aver mai consultato i nostri capi tradizionali, i nostri responsabili politici e religiosi”, agendo “in contrasto a tutti i valori morali e ancestrali della società tuareg”. Inoltre i firmatari denunciano i “crimini e gli atti di vandalismo odiosi” commessi negli ultimi mesi così come “le relazioni ambigue e malsane strette con ambienti estremisti e terroristi di cui non abbiamo alcun bisogno per sentirci rappresentati”. Sulle rivendicazioni e il progetto politico dell’Mnla, i cittadini tuareg sottolineano che il “gruppo in questione non ha mai disposto di un nostro mandato legittimo” visto che “noi stessi non riconosciamo lo Stato di cui hanno proclamato l’indipendenza e che non ha nessuna possibilità di venire riconosciuto al livello internazionale”.
Guardando alla situazione attuale, mentre procede l’offensiva militare Serval in un contesto ancora instabile, i tuareg costretti alla fuga nei paesi confinanti si dicono “pronti a rientrare in patria appena la nostra sicurezza sarà garantita”. Precisando di essere un “popolo pacifico”, i tuareg aggiungono che la loro “unica aspirazione è la pace, la coesione nazionale, il rispetto delle religioni, delle libertà” ma anche “lo sviluppo economico e sociale per tutte le etnie del Nord che da millenni convivevano in modo pacifico e fraterno”. Ribadendo il proprio attaccamento allo Stato maliano “di cui siamo parte integrante”, i tuareg chiedono alle forze politiche e al governo di Bamako di “agire nell’interesse superiore della nazione, mettendo da parte ogni rivalità per costruire un Mali plurale, unito e solidale (…) che garantisca alla nostra comunità le stesse chance di accesso al potere e allo sviluppo”. Rivolgendosi all’esercito nazionale, la lettera sottolinea che “è suo dovere assicurare la vite e proteggere i beni di tutti allo stesso modo, al Sud come al Nord” ma anche di “impedire ogni atto di violenza nei confronti di civili innocenti”. Dalle autorità giudiziarie i tuareg si aspettano “la piena verità sugli atti di vandalismo e violenza commessi contro le popolazioni maliane per aprire la strada a una vera riconciliazione e al perdono”.
La lettera dei cittadini maliani di etnia tuareg è stata pubblicata mentre buona parte del vasto territorio desertico settentrionale è stata riconquistata ai gruppi armati islamisti e tuareg che lo avevano occupato per diversi mesi. Dopo settimane di intensi combattimenti che hanno consentito ai soldati maliani, francesi e africani di riprendere il controllo di Gao, Kidal e Timbuctù, l’offensiva Serval è entrata in una nuova fase, quella tesa al pieno ristabilimento della sicurezza in una zona estesa e ostile. Ieri un militare di Parigi è rimasto ucciso in scontri con elementi terroristi nel monte Adrar, a una cinquantina di chilometri a sud di Tessalit. Poco dopo la morte del sergente 33enne, il paracadutista Harold Vormezeele, il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian ha ribadito “la nostra totale determinazione a combattere i gruppi terroristici che minacciano l’integrità del Mali, pertanto le nostre operazioni andranno avanti”. Per Le Drian, “la fase finale della liberazione è quella più difficile” ed è destinata a durare per “un certo periodo di tempo”, fin quando le truppe africane della Missione internazionale di sostegno al Mali (Misma) non saranno completamente dispiegate e pronte.
In visita a Parigi, il primo ministro ad interim del Mali Diango Cissoko ha assicurato che “verrà fatta piena luce sulle eventuali violazioni commesse dall’esercito nazionale e quando saranno comprovate verranno sanzionate”. Sui crimini contro le popolazioni e le città del nord – in particolare a Timbuctù e Aguelhok – sta già indagando la Corte penale internazionale (Cpi). Dopo la firma la scorsa settimana di un accordo di cooperazione giudiziaria con le autorità maliane, la Corte basata all’Aia ha annunciato che potrebbe investigare anche sugli eventi intercorsi durante e dopo il colpo di stato militare del 22 marzo 2012. La Cpi si interessa in particolare agli scontri dello scorso 30 aprile tra i berretti rossi fedeli all’ex presidente Amadou Toumani Touré e i berretti verdi del capo della giunta Amadou Haya Sanogo, ma anche a diversi casi di arresti arbitrari e torture nei campi militari.

[Presa da FB pagina Misna]

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